Il Circolo della Stampa di Lucca ha ospitato un corso di formazione dedicato a uno dei terreni più delicati del lavoro giornalistico: il racconto degli abusi sui minori. L’incontro — svoltosi il 30 maggio 2026 — ha preso le mosse dall’analisi dei cosiddetti «Epstein Files» per allargare poi lo sguardo al fenomeno nel suo complesso, alle sue dinamiche reali e alle responsabilità di chi è chiamato a darne notizia.
A introdurre i lavori è stata Anna Benedetto, presidente del Circolo della Stampa di Lucca, affiancata da Barbara Amoroso Donatti e da Francesca Svanera, scrittrice e coordinatrice della comunicazione di Meti APS.
Il caso di Jeffrey Epstein è stato descritto come un «vaso di Pandora» che ha costretto opinione pubblica e media a confrontarsi con il fenomeno dell’abuso e con i decenni di impunità garantiti da legami politici ed economici internazionali. La desecretazione dei documenti, nel 2024 e nel 2026, ha sollevato critiche per la mancata tutela dell’anonimato delle vittime. Un punto è stato ribadito con forza: il traffico e l’abuso di minori non sono fenomeni lontani, ma presenti e radicati anche in Italia.
Su questo terreno Francesca Svanera ha offerto una prospettiva che intreccia dati ed esperienza personale come survivor. Contrariamente agli stereotipi, l’87% degli abusi avviene in ambito familiare, a fronte del 4% riconducibile all’ambito ecclesiastico: l’abuso è stato definito come esercizio di potere e dominio sui soggetti più vulnerabili, spesso accompagnato da un clima di silenzio e omissione — sintetizzato nella metafora secondo cui «se serve un villaggio per crescere un bambino, serve un villaggio per abusarne». Un fenomeno che l’OMS e i Centers for Disease Control inquadrano come grave problema di salute pubblica.
Ampio spazio è stato dedicato agli aspetti psicologici, con il riferimento al Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso (C-PTSD): dall’amnesia dissociativa, attraverso cui il cervello può cancellare ricordi che non riesce a rielaborare, fino alla riattivazione del trauma anche a distanza di anni a partire da stimoli apparentemente innocui.
Il cuore deontologico dell’incontro è stato affidato ad Anna Benedetto, che ha richiamato i limiti e le responsabilità fissati dal Codice Deontologico: l’articolo 12, a tutela dei minori, che vieta la diffusione di dati e dettagli identificativi — anche quando il minore sia autore di un reato — e l’articolo 25, che impone di tutelare l’anonimato delle vittime e dei loro congiunti, anche una volta divenute adulte. Sul piano del linguaggio, Svanera ha invitato a evitare termini come «orco» o «mostro», figure di fantasia che deresponsabilizzano l’abusante allontanandolo dalla realtà sociale, e ha criticato l’uso di parole come «babyprostituta» o «prostituta» riferite a minori, perché spostano la colpa sulla vittima anziché sul sistema di sfruttamento.
Attenzione anche ai rischi del mondo digitale: dallo sharenting — la condivisione online di foto dei figli, che possono finire in circuiti di pedopornografia o essere manipolate dall’intelligenza artificiale — all’adescamento su piattaforme di gioco come Roblox, fino all’uso dell’IA per generare contenuti illeciti a partire da immagini lecite.
L’incontro si è chiuso con la presentazione del progetto «Gomitoli», nato dalla collaborazione tra Meti APS e Archonet, che si propone di cambiare il linguaggio e la narrazione sull’abuso all’infanzia offrendo strumenti concreti e meno «pesanti» per affrontare il tema senza paura.
